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Una ricerca sulla Collaboration?



Per Social Collaboration intendiamo:

«un insieme di strategie, processi, comportamenti e piattaforme digitali che consentono a gruppi di persone in azienda di connettersi, interagire, condividere informazioni e lavorare verso un comune obiettivo di business»

Pur non trattandosi di un tema nuovo, negli ultimi anni l’interesse verso la Social Collaboration è letteralmente esploso sulle ali della diffusione degli Enterprise Social Network, ma anche di modelli di coinvolgimento dei dipendenti più democratici, trasparenti e partecipativi.

Insieme ai molti progetti condotti recentemente anche in Italia, la propensione da parte delle aziende di approfondire dinamiche e best practice in questo ambito è testimoniata dai numerosi report internazionali (Gartner, Forrester, MIT, Deloitte, Capgemini, Dachis…) che analizzano la collaborazione da un punto di vista umano, organizzativo e tecnologico. Dati interessanti, ma purtroppo finora mai riferiti all’Italia, al suo tessuto di piccole medie imprese ed alle sue peculiarità socio-economiche. La Social Collaboration Survey 2013, realizzata da Stefano Besana ed Emanuele Quintarelli, entra finalmente nelle porte delle aziende italiane mappando il territorio delle pratiche collaborative per portarne a galla segreti e strategie di successo.

Quali aspetti sono stati indagati?

Realizzata online da Luglio a Settembre 2013, la Social Collaboration Survey 2013 ha coinvolto 300 aziende italiane in una radiografia senza precedenti della collaboration a partire da 4 assi centrali per la sua diffusione: cultura, organizzazione e processi, tecnologia, misurazione.

Tra le principali domande a cui lo studio si proponeva di dare risposta:

Rilevanza: Quanto il tema della collaboration è sentito dalle aziende oggi e nel prossimo futuro?
Driver: Quali sono i driver di business che spingono le aziende ad introdurre strumenti ed approcci partecipativi?
Sponsor: Quali dipartimenti hanno la responsabilità di lanciare e/o di supportare le iniziative?
Maturità: Che livello di maturità hanno raggiunto le imprese del nostro paese da un punto di vista di collaboration?
Budget: Quanto consistenti sono i budget disponibili ed in quale aree del progetto vengono spesi?
Misurazione: Quali indicatori di performance e metriche sono utilizzati e quanto la misurazione dei risultati è già parte delle iniziative?
Best e worst practice: Quali strategie si sono rivelate particolarmente efficaci nel raggiungere alti livelli di adozione e quali errori è importante evitare?
Processi: Fino a che punto la collaboration interseca e migliora flussi di lavoro e processi di business esistenti in azienda?
Strumenti: Quali tool sono utilizzati più frequentemente dai dipendenti?

Alla ricerca di quei fattori che maggiormente incidono sul successo delle community interne all’impresa, le evidenze emerse sono state comparate rispetto alla dimensione dell’azienda (in termini di numero di dipendenti) ed al livello di maturità mostrato (in termini della percentuale di dipendenti coinvolti dall’iniziativa).

Ciò che ne è emerso ha sorpreso, per chiarezza e forza, gli stessi ricercatori

Risultati

Come se la cava l’Italia?


Le risposte alla Social Collaboration Survey 2013 mettono in evidenza che:

La collaboration è ben più di una moda passeggera. L’importanza che le aziende italiane gli assegnano è già elevata, ma soprattutto destinata a crescere nell’arco dei prossimi 3 anni fino a raggiungere il 75% del campione.

Collaborare genera valore tangibile per l’impresa. Un impiego mirato delle piattaforme social aumenta l’efficienza dell’impresa (43%), facilita il riuso della conoscenza (40%), migliora il coordinamento dei progetti (30%) e consente di rimanere costantemente aggiornati su quanto prodotto dai colleghi (30%).

Senza adozione non c’è ritorno. Pur non potendo essere considerata il punto di arrivo, un’adozione pervasiva delle nuove modalità di lavoro è strumentale al materializzarsi dei ritorni economici auspicati dal management. Per la maggioranza dei partecipanti alla survey ciò non succede ancora, dato che solo una piccola percentuale dei dipendenti (<30%) è già coinvolta tramite strumenti 2.0. Meno del 10% delle aziende ha invece raggiunto il traguardo di un’adozione virtualmente totale (>75% dei dipendenti).

Il segreto dei top performer

Su quali leve hanno saputo agire le aziende che si distinguono per un impiego pervasivo della collaboration (almeno metà dei dipendenti) rispetto a coloro che sono rimasti al palo dell’adozione?

Il top management ci mette la faccia. Pur trattandosi di progetti di coinvolgimento e partecipazione dal basso, il cambiamento richiede una sponsorship elevata ed il successo non può prescindere da un segnale chiaro e forte del top management (70% vs 34%).

Non esistono orfani. Un presidio attento, continuativo e qualificato non è di certo opzionale per coloro che puntano a conquistare l’intera azienda. I progetti di successo mostrano l’assenza di risorse 5 volte di meno (9% vs 49%) rispetto a quelli più immaturi.

Serve del budget per il cambiamento. Per quanto ancora limitati, gli investimenti sulla collaboration crescono di pari passo con la sua importanza. L’assenza di budget (<10K Euro) è largamente minoritaria (36% vs 64%) per le community che hanno percorso della strada. Un budget destinato meno alla tecnologia e più a persone e strategia.

Misurare per raggiungere obiettivi di business. Chi riesce misura, se i progetti di successo vedono l’impiego di metriche per il controllo dei risultati 2 volte di più (91% vs 50%) rispetto agli altri. Indicatori anche di business e non solamente del livello di attività nel triplo dei casi (61% vs 22%).

Le dimensioni contano?

C’è differenza tra la grandissima e la piccolissima azienda? Si, soprattutto per quanto riguarda cultura, vicinanza al business e barriere di adozione:

Una cultura più propensa a collaborare. La grande azienda è più pronta a riconoscere il valore della collaboration (82% vs 70% nell’arco di 3 anni).

Un impiego più vicino alle funzioni di business. I promotori del progetto sono più spesso collocati all’interno di specifiche Unit come Innovazione, HR, Customer Support, Training e Formazione.

La barriera del ROI più che della cultura. Subito a seguire la scarsa comprensione del potenziale insito nella collaboration da parte del top-management (50%), la resistenza più evidente nella grande azienda è la difficoltà di misurare un ritorno dell’investimento o l’impatto di benefici intangibili (49%). Nelle società di dimensioni inferiori è piuttosto una cultura non pronta a rappresentare l’ostacolo più evidente (58%).

Quale percentuale delle aziende considera la Social Collaboration molto importante per il proprio business?


Oggi

52%

Nell'arco del prossimo anno

59%

Nell'arco dei prossimi tre anni

75%



Collaborazione è connettere, interagire, condividere, lavorare ad un obiettivo comune.

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Team

La Social Collaboration Survey 2013 è un’iniziativa di Stefano Besana e Emanuele Quintarelli

Stefano Besanawww.sociallearning.it

Emanuele Quintarelliwww.socialenterprise.it

Contatti

Se sei interessato ad avere maggiori informazioni sulla Social Collaboration Survey 2013 o anche solo a fare due chiacchiere con noi: scrivici!

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